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Recensione del libro EDOARDO TIBONI. Fatiche e sogni, gente d'Abruzzo"

Recensione del libro EDOARDO TIBONI, Fatiche e sogni, gente d’Abruzzo, intervista a cura di Enzo Fimiani, prefazione di Franco Farias, Fondazione Edoardo Tiboni, Pescara 2016, seconda edizione (la prima era stata stampata da Textus Edizioni, L’Aquila 2013), pp. 255. Il libro è stato distribuito con una offerta (iniziando da 2 euro) da devolvere a favore dei terremotati d’Abruzzo.

Molto impegno ha dedicato Enzo Fimiani nel convincere “il dottore” (come viene comunemente indicato Edoardo Tiboni, per gli amici è Dino) ad accettare l’avventura di una lunga intervista che, lungi dall’auto-incensamento, porta il lettore a estendere la sua conoscenza sulla storia culturale e civile dell’Abruzzo contemporaneo. L’intensa conversazione è stata condotta senza trascurare gli accenti umani, spesso anche di critica che, come scrive Fimiani, hanno mantenuto il sapore di spontaneità dell’impianto orale. Nel dialogo piano e chiaro si svolge, quindi, una narrazione, precedentemente nominata da Franco Farias nella Prefazione. Diciotto sono i capitoli in cui si articola il denso contenuto.
Edoardo Tiboni ebbe una infanzia difficile, funestata dalla perdita del padre trentaduenne, quando  aveva cinque anni. Fu mandato in un collegio di Spoleto frequentato dai figli orfani di impiegati civili dello Stato. Di quel periodo il Dottore conserva lucidi ricordi. Fin dall’inizio dell’intervista emergono nomi, personaggi, descrizioni. Segue il racconto della giovinezza quando il ritorno in Abruzzo coincise con gli anni del Secondo Conflitto Mondiale e con l’arruolamento all’esercito come ufficiale. Seguono pagine storiche: l’otto settembre 1943, i bombardamenti, lo sfollamento,  l’occupazione dell’VIII Armata Montgomery e altro ancora. Brillante e personale è il dialogo sulla Coppa Acerbo, la situazione politica di quel momento e la speranza di ripristinare la famosa corsa automibilista. Interessante quanto esprime su Amedeo Pomilio, mentre toccante è il cenno al dramma vissuto da Luigia e Vincenzo Chiola per la scomparsa del loro unico figlio Giacomo di dodici anni. Molte sono le personalità menzionate da Tiboni, è impossibile nominarle tutte: sarà il lettore a valutare l’incontro nel raccoglimento della lettura.
Di particolare rilievo è il capitolo dedicato alla RAI, quando nel 1953 si aprì la sede a Pescara e fu lui il primo direttore. Allora, oltre il quotidiano giornale-radio regionale, nel tempo progettò una serie di trasmissioni rivolte a eventi e argomenti culturali. Anche in questo caso si susseguono nomi spesso prestigiosi, vicende singolari, situazioni coinvolgenti, a volte inquietanti. Nel colloquio con Fimiani si giunge al 1963: il primo centenario della nascita di Gabriele d’Annunzio, l’abbattimento del Teatro Pomponi, la costruzione del Teatro Gabriele d’Annunzio all’aperto, l’organizzazione del Centro Studi Dannunziani (si ricordi l’annuale convegno, con la pubblicazione di tutti gli interventi), segue la conoscenza di Ennio Flaiano, di cui Tiboni divenne amico e ne perpetuò la memoria con l’istituzione dei “Premi Flaiano”. Tutti racconti rivolti al futuro, senza peraltro trascurare sottili riferimenti a ricordi precisi della sua personale esperienza. Il discorso procede tra il Dottore e Fimiani per giungere all’istituzione del Mediamuseum e della Fondazione Edoardo Tiboni.
Hanno origine, così, non senza difficoltà, nuovi spazi, tutti attivi e produttivi. A questo punto si parla della cultura anche come valore civile e Tiboni non tace le sue osservazioni, a volte pungenti. Infine, ma non ultimo interesse, si citano le iniziative culturali dedicate a Ignazio Silone e a Benedetto Croce, mentre viene menzionato l’impegno editoriale della Ediars oltre la rivista “Oggi e Domani”. Nell’ampio ventaglio delle iniziative largo spazio viene vissuto dalle attività per le arti figurative e per la musica. Le “dissipazioni” pescaresi e abruzzesi sono, invece, un serio problema che il Dottore affronta con una nitida veduta  critica, mirata ad appoggiare l’attenzione su tanti aspetti della nostra storia, in cui luci e ombre si susseguono ponendo altri interrogativi, forti da affrontare per una serena risposta. L’ultimo capitolo dedicato ai “Protagonisti del progresso in Abruzzo” amplifica il discorso sul tema riguardante coloro che hanno operato intensamente per la regione nell’incrocio sempre scivoloso tra politica e cultura (Fimiani). Ogni impresa è sempre all’insegna del “faticare”, che indica il lavoro incessante e il “sognare”, che caratterizzano una parte sensibile e significativa della “gente d’Abruzzo”, come recita il titolo del libro ripreso da una frase di Ettore Janni.
La seconda edizione (2016) comprende in  Appendice i saggi rivolti all’Abruzzo e ad alcune città della regione, a firma di: Mario Pomilio, Michele Cascella, Claudio Monticelli, Gianfranco Colacito, Ettore Paratore, Marcello Martelli, Diego Valeri. Notevole è il nunero delle fotografie che puntualizzano alcuni passaggi del testo. Tra queste una porge allo spettatore uno “scatto” molto significativo: all’ingresso della casa personale il Dottore è ripreso  con la famiglia, di cui non si fa cenno nello scritto, evidentemente per il riserbo e il silenzio che custodiscono i sentimenti più grandi e basilari dell’uomo.

 

Gabriella Albertini

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